CATALOGO ASTA 46
ASTA 46 ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA
15 DICEMBRE 2010

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Joseph Beuys

Der Tisch

Firmato Joseph Beuys sull'etichetta
Film originale in 16 mm con nastro audio in contenitore di alluminio
diametro confezione cm 19x4
Eseguito nel 1971

Pezzo unico
Iscrizioni dell'artista sull'etichetta: Anatol, Joseph Beuys, Jochen Duckwitz, Ulrich Meister e John Stüttgen
Provenienza: Collezione Mario Franco, Napoli
Certificato di autenticità del Joseph Beuys Estate, Dusseldorf, a cura di Eva Beuys e Wenzel Beuys in data 17 giugno 2010

 

Come è noto Beuys ha lavorato sull'idea della performance, ovvero sull'uso del corpo, della parola e del gesto, come momento saliente del suo lavoro. E ogni documento filmato o fotografato che contiene il volto e le azioni del più importante artista tedesco del dopoguerra stanno a testimoniare le «idee in movimento» fondamentali per scatenare la riflessione su una attività creativa che ha contribuito in maniera determinante a superare il concetto tradizionale di arte, ma anche il modo stesso di pensare «l'elemento vitale dell'uomo, la conoscenza dell'essenza del tempo, dello spazio, del movimento». A partire da una delle prime azioni presso l'Accademia di Dusseldorf, documentata nel film \"Der Tisch\" del 1968. Conoscendolo, nella gloriosa stagione della galleria di Lucio Amelio, che portò a Napoli Beuys fin dal lontano 1971, che fu l'artefice del suo storico incontro con Andy Warhol nel 1980, e che lo coinvolse nella grande avventura di \"Terrae Motus\" e allestì la sua ultima mostra nel 1985, strinsi con lui un rapporto particolare, documentando le sue azioni e intervistandolo sia per i giornali che per alcuni programmi televisivi. Quando Beuys decise di far diventare un multiplo la sua azione \"Der Tisch\", producendo dei super8 inscatolati in bobina, mi regalò il filmato originale in 16mm che era servito da matrice ai multipli, corredato da un nastro magnetico che registrava la lunga azione dell'Accademia di Dusseldorf, necessariamente \"ridotta\" nei filmati. Beuys ha sempre avuto un rapporto speciale con Napoli, che gli sembrava una delle ultime città europee che ancora avessero «un popolo», ovvero un' identità specifica, una relazione con la storia. E dato che «un popolo» è tale solo se è associato a una cultura localizzata nel tempo e nello spazio, egli qui si sentiva «a casa», gli sembrava «di aver trovato una patria». Beuys non era capace di mentire. Chi ha pensato che egli recitasse una parte, con il suo cappello di feltro e il suo giubbotto da pescatore: sciamano erede di Novalis, un predicatore che interpretava l'artista, ha dovuto ricredersi dopo la sua morte, poco dopo aver esposto al museo di Capodimonte \"Palazzo regale\", un' opera monumentale che raccoglieva in due grandi teche residui di azioni, ricordi, indumenti e oggetti personali, nonché sette grandi tavole di ottone dorato. Divenne chiaro che Beuys si era curato poco e male, anteponendo a tutto la sua arte e il suo insegnamento. Credeva in quel che faceva, in quello che diceva. Il lavoro e l'arte erano la sua vita e gliela consumavano. Ora che la sua opera è accolta nei più grandi musei del mondo, quello che veramente ci manca è la sua presenza e il suo insegnamento. E credo che manchi non solo a noi che lo abbiamo conosciuto e frequentato, ma complessivamente al sistema dell'arte contemporanea, che è troppo spesso privilegio e separatezza, e sembra aver sepolto qualsiasi utopia, mentre Beuys concepiva e propagandava un'idea di arte come mobilitazione delle coscienze, cambiamento e rivoluzione della vita reale degli uomini. Mario Franco

Stima

€ 12.000,00 - € 16.000,00

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